Ranthambore la riserva di caccia dei Maharajah di Jaipur

Nel Rajasthan l'antica terra dei Maharajah alla ricerca della Tigre del Bengala.

Il Rajasthan, la “terra dei Re”, è lo stato più grande dell’India, sede di Maharajah, suntuosi palazzi e forti in rovina. Sul suo territorio si alternano i più svariati ecosistemi, dal Deserto del Thar alle giungle incontaminate di Ranthambhore. Ranthambhore e il suo Forte del X secolo, riserva di caccia dei Maharajah di Jaipur, ospita una popolazione stabile di Tigri del Bengala (Panthera tigris tigris), 62 censite nel 2014, tante considerando i 392 km² del parco. Il parco è diviso in settori in base ai territori occupati dalle Tigri, e i felini in eccesso vengono di solito trasferiti in altri parchi. Nel 2017, anno in cui ho visitato la riserva, il numero di Tigri del Bengala era all’incirca 50. Il parco segue la stagione dei monsoni, per cui è visitabile dal 1 ottobre al 30 giugno ed è il posto migliore del Rajasthan per avvistare le Tigri selvatiche (come suggerisce la lonely planet). Il centro cittadino dove alloggiare è Sawai Madhoper che dista 10 km dal primo ingresso al parco e 3 km dal forte di Ranthambhore.

Se arrivate fuori orario vi consiglio di noleggiare una jeep con conducente e di visitare il forte che sovrasta il parco, uno spettacolo. Attorno al suggestivo forte ci sono antichi templi (tutt’ora venerati e stracolmi di pellegrini), moschee, padiglioni di caccia, tombe ricoperte di rampicanti e laghi popolati da coccodrilli. La strada per il forte passa all’interno del parco (il passaggio è gratuito) e lungo il tragitto è facile incontrare la fauna locale tra cui i Cervi pomellati, Sambar, Nilgau (Antilope azzurra), chinkara o gazzella indiana (Gazella bennettii) e la rara Mangusta. Con molta fortuna sono riuscito a vedere ben tre manguste, ed ogni volta le guide indiane mi dicevano che era un segno di buon auspicio. L’avifauna del parco comprende oltre 300 varietà di uccelli che vanno dal Pavone reale (praticamente ovunque), dendrogazza rossiccia, cormorani, picchi e chi più ne ha più ne metta. Non solo mammiferi e uccelli, il parco presenta una grande varietà di rettili, oltre al coccodrillo palustre (crocodylus palustris), è molto facile avvistare il varano del bengala (Varanus bengalensis).

 

Vi anticipo che ci troviamo molto lontani dall’organizzazione Africana dei Safari, tutto è un po’ lasciato al caso e ad una buona dose di fortuna, ma questa dopotutto è l’India. Il safari va prenotato in largo anticipo, e le regole valide quest’anno non è detto che lo siano l’anno successivo. Per qualsiasi problema preparatevi a metter mano al portafoglio, pagando si può risolvere qualsiasi intoppo. È possibile fare due safari al giorno, infatti sono previsti due turni, uno al mattino con partenza tra le 6 e le 7, e uno al pomeriggio tra le 14 e le 15. Ogni safari dura circa 3 ore. I primi a partire sono anche i primi a godersi il parco con un po’ di tranquillità. Ho visto un facoltoso indiano, fotografo naturalista, che aveva preso una gypsy (jeep da sei posti) tutta per sé, era il primo a partire ad ogni safari, questo dimostra che le regole possono essere modificate, basta pagare. Infatti, ci sono due modalità per affrontare il safari, una economica, e da evitare per i fotografi, a bordo dei grandi canter, grossi camion scoperti da 20 posti, ed una “giusta” a bordo di una gypsy da sei posti.

Il parco è diviso in 8 zone percorse da altrettante strade. Per avvistare la Tigre si consigliano le zone 3,4,5,6, anche se a mio avviso le migliori sono le zone 5 e 6. Ho avuto conferma da una coppia di ragazzi Indiani che di solito frequentano il parco nel weekend per Fotografia Naturalistica. Le zone 7 e 8 sono da evitare assolutamente per via del pessimo paesaggio e per l’assenza della Tigre, almeno è quello che mi avevano consigliato prima di partire.  Nelle zone 7 e 8 è difficile avvistare la Tigre (mi dicevano impossibile) ma in compenso sono frequentate dalla iena striata (Hyaena hyaena) e dall’elusivo leopardo indiano (Panthera pardus fusca). Le guide dicevano che non è raro avvistare l'orso labiato o orso giocoliere (Melursus ursinus).

Le zone sono assegnate a caso, non è possibile scegliere o cambiare zona, nell’anno 2017 per me è stato impossibile (negli anni passati pagando si riusciva a cambiarla). Prendendo comunque la jeep, essendo tutti stranieri, di solito le zone assegnate sono quelle con la più alta percentuale di avvistamento della Tigre. Detto ciò passiamo all’attrezzatura, più mm si hanno meglio è, ma considerate che sarete su una jeep scoperta senza alcun appoggio o cavalletto. Copritevi il volto con una benda e rassegnatevi al fatto che a fine safari sarete tutti ricoperti di terriccio. Le guide, nota dolente del Parco, sono improvvisate,  gente del posto assunta dal parco come ranger, ma che in realtà non ha alcuna nozione sulla fauna o avifauna del parco. Il loro unico obiettivo è trovare e farvi vedere le Tigri. Ho dovuto più volte fargli segno per poter fotografare un picchio a pochi metri o un’antilope, il parco è pieno di vita e loro sembrano non accorgersene. La mia più grande fortuna è stata quella di avere, nel secondo safari, la coppia di ragazzi indiani che hanno interceduto con la guida per farmi fotografare specie diverse dalla Tigre. Organizzate più safari, l’ideale è tra i 4 e i 5.

La probabilità di non vedere la Tigre è alta. In due safari, sono riuscito a vedere due Tigri diverse solo nel secondo (quello del pomeriggio). La prima segnalata dalla guida e la seconda segnalata da me e dai due ragazzi indiani, questo vi fa capire la preparazione delle guide.

Il Rajasthan è un posto stupendo e la natura è protagonista ovunque; i nibbi bruni volano sui forti che sovrastano le città sovrappopolate, i vicoli dei mercati ospitano colonie di macachi che si inseguono lungo i fili dell'elettricità e lungo i bordi delle strade di campagna si resta incantati osservando la bellezza delle Gru antigone circondate dai colori dorati dei campi di grano. Ma l'unico posto veramente selvaggio è Ranthambhore, la terra delle Tigri, l'unico luogo dove sono protette anche se il prezzo da pagare è l'orda di turisti che affolla la riserva nei mesi in cui il parco è aperto al pubblico.

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