Alla scoperta dei serpenti italiani, un patrimonio da tutelare

A tu per tu con i vari colubridi, vipere e il siciliano boa delle sabbie

Con l'arrivo dei primi caldi diventa sempre più facile imbattersi con alcuni tra gli animali più incompresi e demonizzati dell'intero regno animale: i serpenti. Queste lucertole prive di zampe suscitano nell'essere umano un sentimento di terrore innato e ancestrale. L'ofidiofobia, ossia la paura morbosa nei confronti dei serpenti, è una delle fobie più comuni e secondo la "Snake detection theory" essa dipende dall'influenza che gli ofidi hanno esercitato sull'evoluzione dei primati, soprattutto per quanto ne riguarda l'apparato visivo.
Nonostante ciò, questo sentimento di paura rimane del tutto irrazionale, soprattutto se espresso all'interno del contesto italico. Infatti il patrimonio erpetofaunistico della nostra penisola conta ben 21 differenti specie di serpenti, delle quali solo 5 sono velenose e tutte appartenenti all'elusiva famiglia dei viperidi.
I colubridi regnano sovrani nel panorama italiano e con circa 15 specie differenti sono la famiglia di serpenti più diffusa sul nostro territorio. Questi ultimi sono quasi tutti caratterizzati da pupille ellittiche e dalla mancanza di un apparato velenifero sviluppato, rendendoli così innocui per l'incolumità umana. Fanno eccezione a ciò due colubridi italici estremamente rari e localizzati, quali il colubro lacertino ( Malpolon insignitus ) e il serpente gatto europeo (Telescopus fallax). Questi due serpenti sono opistoglifi, ossia possiedono dei denti veleniferi nella parte posteriore della mascella ma, nonostante ciò, sono caratterizzati da un veleno blando e che difficilmente risulta clinicamente rilevante nell'essere umano. Tra i colubridi invece più diffusi sul nostro territorio troviamo il biacco (Hierophis viridiflavus) e il colubro di Esculapio (Zamenis longissimus), spesso conosciuto con il nome di "saettone".
Una sola specie di boide è presente in Italia e nonostante nell'immaginario comune i boa siano rappresentati come serpenti dalle dimensioni ragguardevoli, l'esponente italiano di questa famiglia raggiunge circa i 60 centimetri di lunghezza. Si tratta del boa delle sabbie (Eryx jaculus), animale prevalentemente fossorio ed endemico dell'isola della Sicilia.

Ciò che però spaventa di più gli amanti delle escursioni in montagna sono le vipere, gli unici ofidi italiani con un veleno clinicamente rilevante per l'essere umano. In Italia ve ne sono 5 specie: V. aspis, V.berus, V.ammodytes, V.ursinii e V.walser. Questi animali sono caratterizzati da fangi mobili in grado di inoculare il veleno attraverso denti simili ad aghi ipodermici. Il veleno agisce prevalentemente sui tessuti e sulla capacità del sangue di coagulare, anche se all'interno del veleno di alcune popolazioni di V.aspis e V.ammodytes è stata riscontrata una buona quantità di neurotossine. Nonostante questi animali siano in possesso di determinate armi chimiche esse vengono però utilizzate in maniera difensiva come ultima risorsa, a causa del costo energetico necessario alla produzione delle preziose tossine. Le vipere sono animali che spesso affidano la loro sopravvivenza alle proprie straordinarie capacità di mimetizzazione e alla fuga, di conseguenza i morsi si verificano quasi esclusivamente in modo accidentale oppure durante i tentativi di uccisione dell'animale stesso il quale, sentendosi messo alle strette, morde a scopo difensivo.
Di conseguenza in caso di incontro con un qualsiasi ofide è importante ammirare l'animale mantenendo le dovute distanze e dando così a quest'ultimo la possibilità di proseguire indisturbato per il proprio percorso.
È inoltre necessario comprendere quanto i serpenti svolgano un ruolo fondamentale all'interno del nostro ecosistema. Infatti, andando a mantenere sotto controllo la popolazione dei roditori, essi contribuiscono alla riduzione degli agenti patogeni veicolati dai roditori stessi.
Diviene quindi chiaro come, oltre ad essere moralmente ed ecologicamente sbagliato, uccidere un serpente sia illegale in quanto la conservazione di questi animali è regolamentata da norme nazionali ed internazionali come CITES e convenzione di Berna.

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